Il presidio del 25 agosto 2018 e la mobilitazione per i migranti trattenuti a bordo
Catania, 25 agosto 2018. Al porto, davanti alla nave Diciotti della Guardia Costiera, si concentra una delle giornate più tese del braccio di ferro tra il governo italiano, l’Unione europea e le persone soccorse in mare nei giorni precedenti.
La nave era arrivata a Catania la sera del 20 agosto, dopo giorni di attesa al largo di Lampedusa. A bordo c’erano migranti salvati nel Mediterraneo, reduci da una lunga permanenza in mare e da condizioni fisiche e psicologiche già provate. L’autorizzazione all’attracco non coincise però con il permesso di sbarcare. Il caso divenne rapidamente politico: il Viminale subordinò lo sbarco alla disponibilità di altri Paesi europei ad accogliere una parte delle persone a bordo.
Nei giorni successivi, la pressione delle associazioni, dei movimenti antirazzisti, delle organizzazioni umanitarie e di una parte della società civile catanese crebbe fino alla convocazione della manifestazione “Facciamoli scendere”. Il presidio si svolse al molo di Levante, in prossimità della nave. La scena era segnata da una forte compresenza: da un lato la nave militare, ferma e sorvegliata; dall’altro una folla compatta, composta da attivisti, sindacati, scout, associazioni, gruppi cattolici, movimenti No Muos, realtà antirazziste e semplici cittadini.
Nel porto si alzarono bandiere, cartelli e slogan. Il messaggio era diretto: chiedere lo sbarco immediato delle persone ancora trattenute sulla Diciotti. La mobilitazione assunse il tono di una risposta civile al blocco, ma anche quello di una denuncia politica contro l’uso dei migranti come leva negoziale nei rapporti tra Italia ed Europa.
La giornata fu attraversata anche da momenti di forte tensione. Alcuni manifestanti tentarono di avvicinarsi alla nave via mare, entrando in acqua con l’intenzione simbolica di raggiungere il pattugliatore. Le forze dell’ordine intervennero per impedirlo. Le cronache parlarono anche di contatti e scontri al porto, con feriti tra manifestanti e agenti.
Nello stesso pomeriggio iniziarono alcuni sbarchi per motivi sanitari. Una parte dei migranti fu fatta scendere dalla nave e accompagnata verso l’assistenza medica, mentre altri rimasero ancora a bordo. La presenza delle ambulanze, dei mezzi della Croce Rossa, delle forze dell’ordine e del personale sanitario rese evidente la natura contraddittoria di quelle ore: l’emergenza umanitaria era riconosciuta, ma lo sbarco completo non era ancora stato autorizzato.
La vicenda si concluse nella notte tra il 25 e il 26 agosto, quando anche gli ultimi migranti lasciarono la Diciotti. Dopo le procedure di identificazione, furono trasferiti verso strutture di accoglienza, mentre la redistribuzione venne affidata a un accordo che coinvolse la Chiesa italiana, l’Albania e l’Irlanda.
Il caso Diciotti rimase uno dei passaggi simbolici più duri della politica migratoria italiana di quegli anni. A Catania, per diversi giorni, il porto non fu soltanto un luogo di approdo: divenne il punto fisico di una frattura politica, morale e sociale. Da una parte la logica del blocco e della trattativa internazionale; dall’altra la richiesta, elementare e insistente, di far scendere a terra persone salvate in mare.