Ci sono città che celebrano il proprio santo patrono. E poi c’è Catania, che per tre giorni sospende se stessa e si consegna a Sant’Agata come a un destino. Non è soltanto una festa religiosa. È un’invasione. Una febbre collettiva. Una liturgia antica che odora di cera fusa, sudore, fumo di torce, zucchero filato e devozione.
La notte di febbraio a Catania non è mai davvero buia. Le candelore incendiano le strade, le lampadine colorate tremano sopra i vicoli, i fuochi d’artificio aprono squarci nel cielo come colpi di mortaio. Migliaia di persone avanzano lentamente dietro il fercolo della Santa, strette una contro l’altra, mentre il busto reliquiario attraversa la città come una regina bizantina sopravvissuta ai secoli.
E quei volti raccontano tutto: ci sono gli occhi bassi dei devoti davanti all’altarino di via Plebiscito, le mani annerite dalla cera, i bambini che imparano il rito prima ancora delle parole. C’è il silenzio improvviso di chi accende un cero e affida a Sant’Agata una malattia, un figlio disoccupato, una condanna, una speranza. C’è il trasporto fisico della “vara”, il peso immenso del fercolo che diventa espiazione, voto, appartenenza.
E poi ci sono gli altri sguardi. Quelli che osservano il passaggio della Santa come se fosse una dimostrazione di forza. Perché la festa di Sant’Agata, da decenni, non è solo fede. È anche territorio, consenso, potere. Le inchieste giudiziarie e le relazioni investigative hanno raccontato più volte le infiltrazioni mafiose dentro il sistema della festa: il controllo delle candelore, la gestione delle bancarelle, i fuochi d’artificio, le “annacate”, le fermate del fercolo, persino l’ostentazione simbolica dei clan durante i giorni agatini.
A Catania la mafia non ha mai avuto bisogno di nascondersi davvero. Le bastava stare lì, in mezzo ai devoti, confondersi nel bianco dei sacchi, nei cori, nei cordoni tirati a spalla. La cosiddetta “mafia devota” è stata per anni una zona grigia accettata, negata, minimizzata. Un sistema di relazioni dove religiosità popolare, consenso sociale e controllo criminale si sono intrecciati fino quasi a diventare indistinguibili.
Eppure sarebbe troppo facile ridurre tutto a questo. Perché Sant’Agata, per i catanesi, è qualcosa che sfugge persino alla sociologia criminale. È una figura materna, pagana e cristiana insieme. Una santa che protegge dal fuoco dell’Etna e dal fuoco interiore della disperazione. Durante la festa si vedono uomini piangere senza vergogna. Ragazzi inginocchiarsi sull’asfalto. Donne seguire la processione per ore recitando rosari quasi in trance. La città cambia pelle. Il centro storico diventa un enorme teatro popolare dove convivono sacro e profano, spiritualità e commercio, folklore e tensione sociale. Sotto i balconi barocchi si vendono torrone, calia e simenza, palloncini, arancini e reliquie di plastica. I fuochi artificiali illuminano quartieri dove il pizzo continua a esistere. I cori “Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti?” diventano quasi una domanda politica oltre che religiosa.
“Semu tutti devoti tutti?” Davvero?"
Per anni quella frase è risuonata come un mantra collettivo. Ma dentro quella folla ci sono sempre stati mondi diversi: il devoto autentico, il disperato, il turista, il mafioso, il commerciante costretto a pagare, il politico in cerca di consenso, il ragazzo del quartiere che sente di appartenere a qualcosa soltanto in quei giorni.
Negli ultimi anni qualcosa però sembra essersi incrinato. Le parole dell’arcivescovo Luigi Renna sono state durissime contro le infiltrazioni mafiose nella festa. Ha parlato apertamente di “religione capovolta”, denunciando la devozione ostentata di ambienti criminali e chiedendo ai portatori delle candelore di prendere posizione contro la mafia. Anche associazioni antimafia e movimenti civici, da Addiopizzo al Comitato per la Legalità nella Festa di Sant’Agata, hanno provato a rompere il silenzio con striscioni, denunce e campagne pubbliche. “Sant’Agata liberaci dalla mafia”, scrivevano anni fa lungo via di San Giuliano.
Ma a Catania il problema non è solo la mafia. È l’assuefazione. È la capacità della città di convivere con tutto: con la bellezza e con il degrado, con la fede e con il malaffare, con il barocco e con la povertà. Sant’Agata diventa allora lo specchio perfetto di questa contraddizione eterna. Una festa sublime e ferita. Capace di commuovere e inquietare nello stesso istante. C’è la magnificenza della folla vista dall’alto, quasi biblica, e subito dopo il volto stanco di un portatore illuminato dal fuoco. Ci sono le mani giunte nella preghiera e le facce dure degli uomini che avanzano serrati nella processione. C’è il raccoglimento intimo davanti all’edicola votiva e subito dopo l’esplosione pagana dei fuochi artificiali. Sant’Agata, in fondo, è questo: una città che si mette a nudo.
Per tre giorni Catania smette di recitare. Mostra il proprio cuore vero. Che non è puro, non è innocente, non è semplice. È un cuore sporco di cenere lavica e devozione, di miseria e orgoglio, di criminalità e desiderio di redenzione. Ed è forse per questo che chi assiste alla festa una volta non riesce più a dimenticarla. Perché non sta guardando soltanto una processione religiosa. Sta guardando una città intera combattere, ancora oggi, con la propria anima.